Call for Proposals Now Available

Proposals for the 2017 AAAL Annual Conference are being accepted beginning today, June 1, 2016.

The 2017 conference of the American Association for Applied Linguistics (AAAL) will be held at the Portland Marriott Downtown Waterfront in Portland, Oregon. Proposals are invited for individual papers, posters, roundtable discussions, and colloquia. Proposals are being accepted beginning June 1, 2016 via a link posted to the AAAL call for proposals webpage. The deadline for proposal submission is 5 PM on August 17, 2016 (EDT; UTC-4)

Desde la Unidad de Igualdad de Género de la UAM hemos organizado el curso de verano: “Relaciones de Género y Nuevas Masculinidades”. Os adelantamos, brevemente, que sus contenidos se centran, por un lado, en analizar los patrones y conductas que definen la masculinidad en su conjunto, así como las consecuencias generales que podría suponer el ejercicio de la misma para nuestra sociedad. Paralelamente, se busca, que de forma constructiva, se propongan nuevos modelos sobre masculinidades y relaciones de género desde la óptica de los derechos humanos, que promuevan sociedades más justas y equitativas, donde mujeres y hombres puedan ocupar todos los espacios en iguales condiciones para el desarrollo, ejercicio y aporte de sus capacidades.

 

A continuación os facilitamos la ficha técnica del curso:

 

·        Dirección: Cristina García Sainz, directora de la Unidad de Igualdad de Género UAM.

·        Secretaría: Diana Abad Rodríguez, técnica de la Unidad de Igualdad de Género UAM .

·        A quién se dirige:  Estudiantes, miembros de asociaciones e instituciones especializadas en género y al público interesado.

·        Fechas de celebración: 6, 7 y 8 de julio.

·        Lugar: Edificio “El Pósito”;  C/ Del Cura, 2. Colmenar Viejo. Madrid.

·        Créditos: 2 créditos LRU o bien, 1ECTS.

·        Programa e Inscripción  (hasta el 29 de junio -incluido-): https://goo.gl/KkTiZx

 

*Opción de solicitar beca de alojamiento y matrícula.

 

Esperamos contar con vuestra participación y agradecemos la difusión a cuantas personas consideréis que pueden estar interesadas.

 

Es un placer para nosotros recordarte que nuestro XLIV Ciclo de Grandes Autores e Intérpretes de la Música, ofrece una nueva temporada con 9 conciertos (5 en la Sala Sinfónica y 4 en la de Cámara) que, como observarás son, en su mayor parte, en la Sala Sinfónica del Auditorio Nacional de Madrid, a diferencia de otros años. Confiamos en que esta ampliación y desarrollo del Ciclo sea de tu interés, para lo cual trabajamos con ilusión desde el CSIPM.

 

Aún puedes beneficiarte de nuestra oferta de pronto pago, por la cual disfrutarás de un descuento del 10% en el precio de los abonos hasta el día 15 de junio. ¡No dejes pasar esta oportunidad y escoge ya tu abono!

 

·        Abono A (Músicas de Cámara): 4 conciertos de Sala Sinfónica y 2 conciertos de Sala de Cámara:  (nº 1, 2, 4, 5, 7 y 8 del cuadernillo )

·        Abono B (Código UAM): los mismos 4 conciertos de Sala Sinfónica y 2 conciertos distintos de Sala de Cámara, :  (nº 1, 3, 5, 6, 7 y 8 del cuadernillo )

·        Abono C (Toda Temporada): 4 conciertos de Sala Sinfónica y 4 conciertos de Sala de Cámara (nº del 1 al 8 del cuadernillo)

·        Concierto extraordinario fuera de abono en Sala Sinfónica: Homenaje al tango. Mano a mano, José Mercé y José Zapata (nº 9 del cuadernillo)

 

Encuentra más información, así como el cuadernillo con la programación de los conciertos, y la hoja de inscripción con los precios de los abonos y del concierto extraordinario (“Área de descargas”, parte inferior de la página) en el siguiente enlace: http://bit.ly/1T33xXl

 

Esperamos que la programación sea tu agrado y que, un año más, podamos contar con tu presencia.

 

 

http://www.giovannipapini.it/Gianfalco/Leonardo.htm

Uscì dal gennaio 1903 all’agosto 1907, con periodicità irregolare, per complessivi 25 fascicoli.

In occasione del centenario del primo numero è comparsa su internet una rivista, E-Leonardo, contenente un articolo di Antonio D’Amicis che riproduciamo qui sotto:

 

Un «giornale assolutamente necessario»: il Leonardo 1903-1907

 

 

Ogni volta che una generazione s’affaccia alla terrazza della vita pare che la sinfonia del mondo debba attaccare un tempo nuovo. Sogni, speranze, piani di attacco, estasi delle scoperte, scalate, sfide, superbie – e un giornale. […] questo giornale assolutamente necessario che dev’esser come lo stiramento de’ muscoli di un prigione appena desto e disciolto, come il primo canto spiegato di una bocca che dovette fin’oggi mormorare soltanto; questo giornale che doveva essere, che voleva essere e poteva essere la prima vendetta di tutte le malinconie, lo sfogo invocato di tutti gli sdegni, l’arma di tutte le sfide, il diario dei nostri sogni, la cartuccia delle troppo attese demolizioni, il getto e lo zampillo arcobalenante dei pensieri più temerari – questo famoso giornale finalmente si fece.

  1. Papini, Un uomo finito

 

E’ il 4 gennaio 1903 – Papini compirà 22 anni tra pochi giorni, Prezzolini è un anno più giovane – e il primo numero del Leonardo è pronto. Per cinque anni, la rivista presenterà filosofi e idee provocando polemiche e suscitando dibattiti, porterà la filosofia fuori «dai circoli ristretti dei competenti»[1] senza mai sottrarsi al confronto – secondo le parole del suo fondatore – «[con] nessuno di coloro che l’hanno lett[a]»[2], per finire ‘assassinata’ dal proprio stesso fondatore con la motivazione paradossale del troppo successo.

Fin dal suo primo apparire, il Leonardo vuole essere antico e prezioso, ma soprattutto combattivo. La testata, infatti, disegnata da Adolfo De Carolis, raffigura un’aquila in volo, con il motto vinciano Non si volge chi a stella è fisso, subito sotto si trova un cavaliere con lancia in resta. Le otto pagine della rivista sono di grande formato, in carta a mano, impreziosite da xilografie; gli articoli sono firmati con pseudonimi incisi dagli stessi autori su cartigli: nomi come Gian Falco (Giovanni Papini) e Giuliano il Sofista (Giuseppe Prezzolini) si apprestano a trovare posto nella storia della letteratura del Novecento.

I giovani che hanno dato vita al Leonardo in una stanza di Palazzo Davanzati a Firenze formano un gruppo eterogeneo: artisti come Giovanni Costetti oppure Adolfo De Carolis e letterati come Alfredo Bona, Ernesto Macinai e Giuseppe Borgese convivono accanto a Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini uniti «più dagli odi che dai fini comuni», gli odi, cioè, verso «positivismo, erudizione, arte verista, metodo storico, materialismo, varietà borghesi e collettiviste della democrazia».[3] Primi bersagli della polemica leonardiana – di stampo papiniano soprattutto – sono l’ideale imperialista e i socialisti; anche il positivismo è criticato, perché – questa volta secondo Prezzolini – «di tutti i passati, per essere il più vicino, più grava su noi»[4].

I fondatori del Leonardo si trovano invece d’accordo nel promuovere il filosofo francese Henri Bergson; Prezzolini lo ha incontrato a Parigi, e Papini, che per ora ha con lui qualche scambio epistolare, lo conoscerà personalmente al Congresso Filosofico di Ginevra nel 1904 e ne seguirà le lezioni al Collège de France nel 1906. Prezzolini introduce Bergson quale iniziatore della filosofia della contingenza, dell’azione e della libertà, rivelatrice «di una vita tumultuosa, eterogenea, […] sorgente meravigliosa di un’armonia, che noi, spezzando la logica, abbandonando la metafisica pratica del senso comune e disprezzando la scienza come incapace a dare il reale, possiamo raggiungere con l’azione profonda e la ricerca di noi stessi».[5] L’accoglienza calorosa che il Leonardoriserva all’autore di Materia e memoria è sintomo di quanto il lungo digiuno positivista abbia generato il bisogno di una riconciliazione tra speculazione filosofica e creatività, in Europa come in patria: non a caso, se ancora nel 1948, Papini descriverà Bergson «come tutti i veri filosofi, un artista»,[6] proprio negli anni del Leonardo Benedetto Croce augura a Prezzolini un destino nazionale del tutto simile: «credo che egli ci darà ciò che manca all’Italia: un artista della filosofia».[7]

La prima serie del Leonardo dura fino al maggio del 1903, poi avviene la rottura tra Papini-Prezzolini da un lato e gli artisti e letterati dall’altro. Se gli odi – secondo l’opinione di Prezzolini – potevano essere un cemento più sicuro degli amori, altri odi sopraggiunti saranno, al contrario, fatali per l’avvenire della rivista in quella veste. Emilio Cecchi, invitato da Papini a collaborare alla rivista si dice disponibile a farlo, ma esclusivamente da esterno; egli, infatti, non desidera confondersi con quei letterati che chiama «dannunziani in modo spaventoso».[8] Dal canto loro, i letterati in questione reagiscono con livore alle lodi che Croce rivolge all’«elegante mordacità» degli articoli di Prezzolini: nelle parole di Borgese, infatti, Prezzolini sarebbe addirittura colpevole di «becerismo intellettuale».[9] Dalla diaspora del primo Leonardo nasceranno allora nuove riviste: l’anno successivo Borgese fonda Hermes – nel cui programma è finalmente esplicitata l’ammirazione per Gabriele D’Annunzio, amato più di «ogni altro poeta moderno, morto o vivo che sia»[10] – e parallelamente si pubblica Il Regno di Enrico Corradini, nelle cui pagine Papini sposta i propri interventi più squisitamente politici.

Il Leonardo riparte invece nel novembre 1903, dopo una pausa di cinque mesi, con un articolo dello stesso Papini intitolato “La filosofia che muore”, seguito nel numero successivo da “Morte e resurrezione della filosofia”. In tali interventi, la filosofia che muore è identificata nelle dottrine che hanno fatto di questioni inesistenti i propri massimi problemi, per scoprire infine di non essere in grado di dirimerli.[11] Contro la preoccupazione di «unire, legare, stringere, avvicinare» (ma d’altra parte «togliere, impoverire, decapitare»[12]) la nuova filosofia si propone di essere ricerca e scoperta del particolare e, muovendo verso il particolare, è determinata a farsi azione assumendo «una attitudine attiva, pratica. Non deve solo conoscere e accettare il mondo, ma deve salvarlo, trasformarlo, ed accrescerlo. […] Mentre in genere i filosofi aspirarono a fare qualcosa di stabile, di ultimo, di definitivo (Hegel, Comte, ecc.), io – sostiene Papini – tengo soprattutto a fare qualcosa d’iniziale, ad aprire una strada nuova ove altri, forse, camminerà».[13] Da parte sua, Prezzolini dedica due articoli al pragmatista inglese Ferdinand Schiller[14] e in una nota presenta William James come «il più grande e originale filosofo vivente».[15] I tempi sono dunque maturi per l’ingresso di nuovi collaboratori fra le fila dei leonardiani: prima Giovanni Vailati, poi Mario Calderoni diventano autori abituali della rivista che cambia anche aspetto, rinunciando alla carta a mano e riducendosi nel formato; la testata di De Carolis è sostituita con quella di Costetti, ora priva del motto originario (a partire dal novembre 1903).

Grazie agli articoli di Vailati e Calderoni, e grazie a Prezzolini che invita prima Schiller e poi William James a collaborare direttamente, il Leonardo diventa «la fucina italiana del Pragmatismo».[16] Definizioni e repliche, puntualizzazioni e distinzioni si susseguono: all’articolo “Le varietà del pragmatismo” in cui Calderoni distingue la corrente di Pierce da quella di James, risponde Prezzolini, cui replica nuovamente lo stesso Calderoni (“Variazioni sul pragmatismo”), spetta infine a Prezzolini la chiusura del dibattito «Tu credi ancora, caro amico, che ci sieno lettere di risposta, e non ti sei ancora accorto, che risposte non le danno che gli ingenui; gli altri rispondono solo per avere un pretesto a dire altre cose» e cioè «una mia visione del prammatismo».[17]

Papini, intanto, che ha già replicato con l’articolo “Cosa vogliamo?”[18] alle obiezioni di Enrico Morselli in “Filosofi giovani e idee vecchie”[19], tenta una composizione delle divergenze e prova a “mettere ordine” partendo dalla storia (“Le origini del pragmatismo”), distinguendo ancora una volta le varietà di orientamenti e approcci e indicando le strade da percorrere (“Le conseguenze del pragmatismo”).[20] Passione e ironia non mancano, e tanto meno l’autoironia: Prezzolini si firma Giuliano il Sofista in una recensione al suo primo libro, “Vita intima”, terminando con le parole: «Ne risulta un opuscolo di impossibile lettura e di nessuna utilità. L’autore forse ci si divertirà a leggerlo; non il lettore»[21]. Fra le “Notizie meravigliose” del numero del marzo 1904 sono riportate invece le seguenti stramberie: «Gian Falco ha abolito il pronome ‘io’ nei suoi scritti» e «Si sono scoperti due numeri del Leonardo che vanno d’accordo fra loro».[22] Lo stile dei leonardiani pare aver contagiato tutti, e perfino le riviste accademiche d’oltremanica sembrano aver ricalcato i medesimi atteggiamenti passionali nelle discussioni che intraprendono: su Mind, ove, similmente al Leonardo, positivisti e pragmatisti si combattono a colpi di logica e veemenza, si annunciano articoli «amusing e crushing»[23] per il primo numero del 1905.

Un’altra tendenza, nel frattempo, si fa strada tra le proposte culturali della rivista: il misticismo e la disamina del problema religioso. Prezzolini, che durante il 1905 ha compiuto un percorso intimo che l’ha portato vicinissimo alla conversione – ma che, viceversa, si concluderà con un allontanamento definitivo dalla fede – si fa promotore di un’iniziativa editoriale, una Collezione di mistici, il cui primo numero è dedicato a Novalis.[24] Anche secondo Gian Falco il problema religioso è «un problema importante per tutti e […] non è così semplice come si crede»[25]. Papini scrive: «ho grandissimo amore per i mistici e credo che nelle loro opere e nelle loro vite ci siano da trarre conforti o insegnamenti per la ricerca e la conquista dell’anima nostra»,[26] rivelandosi ancora lontano dall’atteggiamento provocatorio che gli detterà, pochi anni più tardi, articoli dissacranti come “Gesù Peccatore”[27].

Il 1906 si apre con un bilancio cui tuttavia non segue un programma definito: «non possiamo dire con precisione quello che faremo e diremo». In “Cronaca Pragmatista”, Papini ammette i contrasti all’interno del gruppo pragmatista «tanto sui limiti del Pragmatismo come sulla funzione di esso» e mette se stesso fra coloro che «nel Pragmatismo vedono il lato eccitante, creativo e magico […] il trionfo dell’attitudine attiva e modificatrice sopra quella passiva e registratrice; il promettitore dell’Uomo Dio».[28] In un lungo articolo, lo scrittore fiorentino cerca di chiarire il significato della formula uomo-Dio, di tracciare l’itinerario per realizzarla e di annunciarne le possibili conquiste. Dalla lettura di questo fascicolo William James ricaverà alcune facili previsioni: «You will be accused of extravagance, and correctly accused; you will be called the Cyrano de Bergerac of Pragmatism, etc.; but the abstract program of it must be sketched extravagantly.‘Correctness’ is one of the standards of the older way of philosophizing»[29]. Il filosofo americano, inoltre, avvertirà Papini dei pericoli cui va incontro: «I myself suspect that you are hoping too much from telepathy, mediumship, etc.; but no matter, we can all gather from you the example of courage».[30] Sulla rivista gli articoli di carattere mistico-religioso si moltiplicano, e, insieme a passi di Blake, Meister Eckhart e Novalis, sono accolti articoli sulle filosofie indiane e su Soren Kierkegaard. Non tutte le energie dei collaboratori al Leonardo, però, si stemperano in atteggiamenti contemplativi, anzi, Papini lancia una campagna per un’Italia «meno sorda, meno cieca, meno vile»[31]; una nazione da costruirsi attraverso l’opera di alcune centinaia di giovani, disposti a fare qualcosa d’importante, cercare i problemi terribili, in breve osare essere pazzi, facendo morire ogni retorica.

Ormai, metà di ogni numero del Leonardo, è dedicato a chiarimenti, confutazioni e risposte alle obiezioni che gli articoli del numero precedente hanno sollevato; alla luce di tante controversie si comprende finalmente anche la dichiarazione di Papini sulla morte del Leonardo dovuta al troppo successo. Già nel numero successivo, infatti, lo scrittore si vede costretto a entrare nel merito delle polemiche provocate dal proprio intervento. Se – riguardo alle obiezioni – lo spirito battagliero di Gian Falco si dimostra ancora vivo, è tuttavia nell’esaminare i consensi degli entusiasti che egli inizia a dubitare del proprio appello e si chiede in che misura le proprie parole siano davvero in grado di incidere sulla realtà. In conclusione Papini non si può esimere dal dichiarare sostanzialmente fallita la propria campagna. Rimangono da affrontare quelle tendenze occultiste cui egli aveva incautamente aperto le pagine della rivista: deluso dall’aleatorietà di tanta parte di tali correnti, egli non può che rinnovare la propria fiducia nel vecchio adagio pragmatista: «Se le belle parole non si mutano in atti io rimetto nel dizionario le belle parole – se le proclamate differenze di fede non si manifestano in evidenti differenze di vita io mando al diavolo i vostri atti di fede» Queste parole assumono un significato ancora più ampio alla luce del numero successivo del Leonardo: l’ultimo.

Nell’agosto 1907, la vicenda del Leonardo si conclude infatti con un numero «armato d’un fascio di atroci saette e con la copertina color sangue».[32] Il titolo dell’articolo d’apertura è inequivocabile: “La fine”. Sono molte le ragioni addotte per questa morte improvvisa, sia una certa stanchezza derivante dal costante sforzo di rispondere alle aspettative del pubblico sia una perdita di fiducia nella capacità di incidere sulla realtà e di «svegliare e trasformare anime».[33] L’avventura iniziale si è ormai tradotta in routine, «si andava creando il tipo del Leonardo: in ogni numero bisognava trovare uno straniero da rivelare all’Italia; un programma nuovo da gettare davanti ai nostri simili e quella certa quantità di sdegno e di rabbia che dovevan contenere le schermaglie».[34]Nasce allora il bisogno di ripensare i problemi, riesaminare le opinioni, rivedere e verificare i giudizi su cose e persone, «ricominciare insomma, ancora una volta – affermano Papini e Prezzolini – la nostra vita intellettuale».[35] Ultimo invito è l’esortazione «a fare per [vostro] conto ciò che noi vogliamo fare, uno spietato esame di coscienza».[36]

L’epilogo del Leonardo, lungi dal sedare il fermento di iniziative che aveva animato i propri fondatori, avvia la preparazione a La Voce, il cui primo numero uscirà nel dicembre 1908. Di contro alla capricciosa periodicità del Leonardo, la nuova esperienza editoriale – almeno per la prima serie – avrà regolare scadenza settimanale. Papini e Prezzolini riusciranno così a intrattenere con i lettori un dialogo più continuativo di quanto non fossero riusciti a fare al Leonardo, non senza portarsi appresso quell’aura di eroismo guadagnatasi con la prima coraggiosa impresa, un tratto distintivo che li accompagnerà in tutte le battaglie future per la divulgazione delle culture e la circolazione delle idee.

 

 

 

 

 

 

 

Indicazioni bibliografiche

 

Tutte le citazioni dal Leonardo sono tratte dalla ristampa anastatica completa in tre volumi che la casa editrice Vallecchi ha pubblicato in occasione del centenario dell’uscita del primo numero: La nascita della modernità: Leonardo 1903-1907, Firenze, Vallecchi 2002, Introduzione di G. Luti. Si possono altresì utilmente consultare:

 

Ballerini C. (a c. di), Antologia del «Leonardo», Galatina, Edizioni dell’Albero 1957.

Casini P., Alle origini del Novecento. «Leonardo», 1903-1907, Bologna, il Mulino 2002.

Castelnuovo Frigessi D. (a c. di) La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste. «Leonardo», «Hermes», «Il Regno», Torino, Einaudi 1960.

Petrocchi F., Le avventure dell’anima. Il «Leonardo» e il modernismo, Napoli, Loffredo 1989.

Quaranta M. — Schram Pighi L. (a c. di), Leonardo. Rivista d’idee (Firenze, 1903-07), Ripr. facs. dell’originale, Sala Bolognese, Forni 1981, 2 voll.

Santucci A., Storia del pragmatismo, Bari, Laterza 1992.

Schram Pighi L., Bergson e il bergsonismo nella prima rivista di Papini e Prezzolini: «Il Leonardo», 1903-1907, Sala Bolognese, Forni 1982.

 

 

 

[1] E. Giammattei, Introduzione a Croce-Prezzolini, Carteggio I 1904-1910, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1990, p. XI.

[2] Gian Falco, “Agli amici ed ai nemici”, in Leonardo, 1906, IV, febbraio, p. 2.

[3] Giuliano il Sofista, “Alle Sorgenti dello Spirito”, in Leonardo, 1903, I, 19 aprile, p. 4.

[4] Ibidem.

[5] Giuliano il Sofista, “Vita trionfante”, in Leonardo, 1903, I, 4 gennaio, p. 4.

[6] G. Papini, Passato Remoto, Ponte alle Grazie, Firenze 1994 (1° ediz. 1948), p. 135.

[7] Lettera di Benedetto Croce a Papini del 13 agosto 1904, in Croce-Prezzolini, op.cit., p. 13n.

[8] Lettera di Emilio Cecchi a Papini del 31 marzo 1903 in M. Marchi e J. Soldateschi (a c. di) Giovanni Papini 1881-1981, catalogo della mostra: Palazzo Medici-Riccardi, 19 dicembre 1981 – 14 febbraio 1982, Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1981.

[9] Lettera di Giuseppe A. Borgese a Croce, marzo 1904, in Croce-Prezzolini, op.cit., p. 7n.

[10] G.A. Borgese, “Prefazione”, in Hermes (1904, I, pp.1-3), in D. Castelnuovo Frigessi (a c. di), La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste, Leonardo, Hermes, Il Regno, Tomo secondo, Einaudi, Torino 1979 (1° ediz. 1960), p. 370.

[11] Una «liquidazione generale» della filosofia sarà lo scopo del Crepuscolo dei filosofi, il libro che Papini inizia a scrivere nel 1904 e termina l’anno successivo: i vari capitoli sono dedicati a Kant, Hegel, Schopenauer, Comte, Spencer e Nietzsche, nello «sforzo [di] dimostrare tutta la vanità, la vacuità, l’inutilità e la ridicolaggine della filosofia» che non riesce «ad essere uno strumento di azione e di conquista», G. Papini, Il Crepuscolo dei Filosofi, Vallecchi, Firenze, 1976 (1° ediz. 1906), p. 4. Da parte sua Calderoni scrive: «Due dei massimi problemi della filosofia — quello della ‘realtà delle cose esteriori’ e quello del ‘libero arbitrio’ — che lo Schopenhauer chiamava i più profondi e gravi problemi della filosofia moderna — sono problemi che non esistono. Non esistono perchè, sotto la forma in cui i filosofi per lo più li considerano, sono semplicemente privi di senso. I filosofi li hanno semplicemente vuotati dell’unico senso che potevano avere, e quindi non c’è da maravigliarsi che nessuno di poi abbia potuto trovarne la soluzione», M. Calderoni, “Le varietà del pragmatismo” in Leonardo, 1904, II, novembre, p. 3.

[12] Gian Falco, “Morte e resurrezione della filosofia”, in Leonardo, 1903, I, 20 dicembre, p. 5.

[13] Ivi, pp. 6-7.

[14] Rispettivamente “Il David della filosofia inglese” in Leonardo, 1904, II, marzo, pp. 1-3 e “Un compagno di scavi (F.C.S. Schiller)” in Leonardo 1904, II, giugno, pp. 4-7.

[15] Giuliano il Sofista, recensione a W. James, Le varie forme della Coscienza Religiosa, Bocca, Torino 1904 in Leonardo, 1904, II, giugno, p. 29.

[16] G. Papini, Sul Pragmatismo, in Opere, Mondadori, Milano 1995 p. 5.

[17] Giuliano il Sofista, “Il mio prammatismo”, in Leonardo, 1905, III, aprile, p. 48.

[18] Gian Falco, “Cosa vogliamo?”, in Leonardo, 1904, II, novembre, pp. 9-18.

[19] E. Morselli, Filosofi giovani e idee vecchie. Lettera aperta a G. Papini (Gian Falco), Estratto dalla Rivista Ligure, F.lli Carlini, Genova 1904.

[20] The Florence Pragmatist Club, “Il Pragmatismo messo in ordine” in Leonardo, 1905, III, aprile, pp. 45-48.

[21] Giuliano il Sofista, recensione a G. Prezzolini, Vita intima, Firenze 1903 in Leonardo, 1903, I, 10 novembre, p. 13.

[22] Leonardo, 1904, II, marzo, p. 30.

[23] Così Prezzolini: «la guerra è dichiarata a coltello fra i vecchi Hegeliani capitanati dal Bradley, e i nuovi Prammatisti e umanisti guidati da W. James e da F.C.S. Schiller», Giuliano il Sofista, Guerra tra filosofi, in Leonardo, 1904, II, novembre, p. 35.

[24] Novalis, Frammenti (a c. di G. Prezzolini), Libreria Editrice Lombarda, Milano 1905.

[25] G. Papini, recensione a A. Fogazzaro, Il Santo, Baldini e Castoldi, Milano 1905 in Leonardo, 1905, III, ottobre-dicembre, pp. 207.

[26] Gian Falco, “In quante maniere non ha capito l’Italia”, in Leonardo, 1906, IV, ottobre-dicembre, p. 315.

[27] G. Papini, “Gesù peccatore”, in Lacerba, 1913, I, 1 giugno 1913, pp. 110-112.

[28] G. Papini, “Cronaca Pragmatista” in Leonardo, 1906, IV, febbraio, p. 60.

[29] Lettera di William James a Papini, 27 aprile 1906, in Aa.Vv., Giovanni Papini l’uomo impossibile, Sansoni, Firenze 1982, p. 11.

[30] Ibidem.

[31] Gian Falco, “Campagna per il forzato risveglio” in Leonardo, 1906, IV, agosto, p. 193.

[32] G. Papini, Un uomo finito, in Opere, cit., p. 229.

[33] G. Papini e G. Prezzolini, “La Fine”, in Leonardo, 1906, V, agosto, p. 261.

[34] Ivi, p. 262.

[35] Ivi, p. 263.

[36] Ibidem.

 

Nel corso 2003 sono stati emessi dalle Poste Italiane un francobollo commemorativo e una cartolina filatelica. Sono disponibili in vendita sul sito delle Poste Italiane.

Uscì dal gennaio 1903 all’agosto 1907, con periodicità irregolare, per complessivi 25 fascicoli.

In occasione del centenario del primo numero è comparsa su internet una rivista, E-Leonardo, contenente un articolo di Antonio D’Amicis che riproduciamo qui sotto:

 

Un «giornale assolutamente necessario»: il Leonardo 1903-1907

 

 

Ogni volta che una generazione s’affaccia alla terrazza della vita pare che la sinfonia del mondo debba attaccare un tempo nuovo. Sogni, speranze, piani di attacco, estasi delle scoperte, scalate, sfide, superbie – e un giornale. […] questo giornale assolutamente necessario che dev’esser come lo stiramento de’ muscoli di un prigione appena desto e disciolto, come il primo canto spiegato di una bocca che dovette fin’oggi mormorare soltanto; questo giornale che doveva essere, che voleva essere e poteva essere la prima vendetta di tutte le malinconie, lo sfogo invocato di tutti gli sdegni, l’arma di tutte le sfide, il diario dei nostri sogni, la cartuccia delle troppo attese demolizioni, il getto e lo zampillo arcobalenante dei pensieri più temerari – questo famoso giornale finalmente si fece.

  1. Papini, Un uomo finito

 

E’ il 4 gennaio 1903 – Papini compirà 22 anni tra pochi giorni, Prezzolini è un anno più giovane – e il primo numero del Leonardo è pronto. Per cinque anni, la rivista presenterà filosofi e idee provocando polemiche e suscitando dibattiti, porterà la filosofia fuori «dai circoli ristretti dei competenti»[1] senza mai sottrarsi al confronto – secondo le parole del suo fondatore – «[con] nessuno di coloro che l’hanno lett[a]»[2], per finire ‘assassinata’ dal proprio stesso fondatore con la motivazione paradossale del troppo successo.

Fin dal suo primo apparire, il Leonardo vuole essere antico e prezioso, ma soprattutto combattivo. La testata, infatti, disegnata da Adolfo De Carolis, raffigura un’aquila in volo, con il motto vinciano Non si volge chi a stella è fisso, subito sotto si trova un cavaliere con lancia in resta. Le otto pagine della rivista sono di grande formato, in carta a mano, impreziosite da xilografie; gli articoli sono firmati con pseudonimi incisi dagli stessi autori su cartigli: nomi come Gian Falco (Giovanni Papini) e Giuliano il Sofista (Giuseppe Prezzolini) si apprestano a trovare posto nella storia della letteratura del Novecento.

I giovani che hanno dato vita al Leonardo in una stanza di Palazzo Davanzati a Firenze formano un gruppo eterogeneo: artisti come Giovanni Costetti oppure Adolfo De Carolis e letterati come Alfredo Bona, Ernesto Macinai e Giuseppe Borgese convivono accanto a Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini uniti «più dagli odi che dai fini comuni», gli odi, cioè, verso «positivismo, erudizione, arte verista, metodo storico, materialismo, varietà borghesi e collettiviste della democrazia».[3] Primi bersagli della polemica leonardiana – di stampo papiniano soprattutto – sono l’ideale imperialista e i socialisti; anche il positivismo è criticato, perché – questa volta secondo Prezzolini – «di tutti i passati, per essere il più vicino, più grava su noi»[4].

I fondatori del Leonardo si trovano invece d’accordo nel promuovere il filosofo francese Henri Bergson; Prezzolini lo ha incontrato a Parigi, e Papini, che per ora ha con lui qualche scambio epistolare, lo conoscerà personalmente al Congresso Filosofico di Ginevra nel 1904 e ne seguirà le lezioni al Collège de France nel 1906. Prezzolini introduce Bergson quale iniziatore della filosofia della contingenza, dell’azione e della libertà, rivelatrice «di una vita tumultuosa, eterogenea, […] sorgente meravigliosa di un’armonia, che noi, spezzando la logica, abbandonando la metafisica pratica del senso comune e disprezzando la scienza come incapace a dare il reale, possiamo raggiungere con l’azione profonda e la ricerca di noi stessi».[5] L’accoglienza calorosa che il Leonardoriserva all’autore di Materia e memoria è sintomo di quanto il lungo digiuno positivista abbia generato il bisogno di una riconciliazione tra speculazione filosofica e creatività, in Europa come in patria: non a caso, se ancora nel 1948, Papini descriverà Bergson «come tutti i veri filosofi, un artista»,[6] proprio negli anni del Leonardo Benedetto Croce augura a Prezzolini un destino nazionale del tutto simile: «credo che egli ci darà ciò che manca all’Italia: un artista della filosofia».[7]

La prima serie del Leonardo dura fino al maggio del 1903, poi avviene la rottura tra Papini-Prezzolini da un lato e gli artisti e letterati dall’altro. Se gli odi – secondo l’opinione di Prezzolini – potevano essere un cemento più sicuro degli amori, altri odi sopraggiunti saranno, al contrario, fatali per l’avvenire della rivista in quella veste. Emilio Cecchi, invitato da Papini a collaborare alla rivista si dice disponibile a farlo, ma esclusivamente da esterno; egli, infatti, non desidera confondersi con quei letterati che chiama «dannunziani in modo spaventoso».[8] Dal canto loro, i letterati in questione reagiscono con livore alle lodi che Croce rivolge all’«elegante mordacità» degli articoli di Prezzolini: nelle parole di Borgese, infatti, Prezzolini sarebbe addirittura colpevole di «becerismo intellettuale».[9] Dalla diaspora del primo Leonardo nasceranno allora nuove riviste: l’anno successivo Borgese fonda Hermes – nel cui programma è finalmente esplicitata l’ammirazione per Gabriele D’Annunzio, amato più di «ogni altro poeta moderno, morto o vivo che sia»[10] – e parallelamente si pubblica Il Regno di Enrico Corradini, nelle cui pagine Papini sposta i propri interventi più squisitamente politici.

Il Leonardo riparte invece nel novembre 1903, dopo una pausa di cinque mesi, con un articolo dello stesso Papini intitolato “La filosofia che muore”, seguito nel numero successivo da “Morte e resurrezione della filosofia”. In tali interventi, la filosofia che muore è identificata nelle dottrine che hanno fatto di questioni inesistenti i propri massimi problemi, per scoprire infine di non essere in grado di dirimerli.[11] Contro la preoccupazione di «unire, legare, stringere, avvicinare» (ma d’altra parte «togliere, impoverire, decapitare»[12]) la nuova filosofia si propone di essere ricerca e scoperta del particolare e, muovendo verso il particolare, è determinata a farsi azione assumendo «una attitudine attiva, pratica. Non deve solo conoscere e accettare il mondo, ma deve salvarlo, trasformarlo, ed accrescerlo. […] Mentre in genere i filosofi aspirarono a fare qualcosa di stabile, di ultimo, di definitivo (Hegel, Comte, ecc.), io – sostiene Papini – tengo soprattutto a fare qualcosa d’iniziale, ad aprire una strada nuova ove altri, forse, camminerà».[13] Da parte sua, Prezzolini dedica due articoli al pragmatista inglese Ferdinand Schiller[14] e in una nota presenta William James come «il più grande e originale filosofo vivente».[15] I tempi sono dunque maturi per l’ingresso di nuovi collaboratori fra le fila dei leonardiani: prima Giovanni Vailati, poi Mario Calderoni diventano autori abituali della rivista che cambia anche aspetto, rinunciando alla carta a mano e riducendosi nel formato; la testata di De Carolis è sostituita con quella di Costetti, ora priva del motto originario (a partire dal novembre 1903).

Grazie agli articoli di Vailati e Calderoni, e grazie a Prezzolini che invita prima Schiller e poi William James a collaborare direttamente, il Leonardo diventa «la fucina italiana del Pragmatismo».[16] Definizioni e repliche, puntualizzazioni e distinzioni si susseguono: all’articolo “Le varietà del pragmatismo” in cui Calderoni distingue la corrente di Pierce da quella di James, risponde Prezzolini, cui replica nuovamente lo stesso Calderoni (“Variazioni sul pragmatismo”), spetta infine a Prezzolini la chiusura del dibattito «Tu credi ancora, caro amico, che ci sieno lettere di risposta, e non ti sei ancora accorto, che risposte non le danno che gli ingenui; gli altri rispondono solo per avere un pretesto a dire altre cose» e cioè «una mia visione del prammatismo».[17]

Papini, intanto, che ha già replicato con l’articolo “Cosa vogliamo?”[18] alle obiezioni di Enrico Morselli in “Filosofi giovani e idee vecchie”[19], tenta una composizione delle divergenze e prova a “mettere ordine” partendo dalla storia (“Le origini del pragmatismo”), distinguendo ancora una volta le varietà di orientamenti e approcci e indicando le strade da percorrere (“Le conseguenze del pragmatismo”).[20] Passione e ironia non mancano, e tanto meno l’autoironia: Prezzolini si firma Giuliano il Sofista in una recensione al suo primo libro, “Vita intima”, terminando con le parole: «Ne risulta un opuscolo di impossibile lettura e di nessuna utilità. L’autore forse ci si divertirà a leggerlo; non il lettore»[21]. Fra le “Notizie meravigliose” del numero del marzo 1904 sono riportate invece le seguenti stramberie: «Gian Falco ha abolito il pronome ‘io’ nei suoi scritti» e «Si sono scoperti due numeri del Leonardo che vanno d’accordo fra loro».[22] Lo stile dei leonardiani pare aver contagiato tutti, e perfino le riviste accademiche d’oltremanica sembrano aver ricalcato i medesimi atteggiamenti passionali nelle discussioni che intraprendono: su Mind, ove, similmente al Leonardo, positivisti e pragmatisti si combattono a colpi di logica e veemenza, si annunciano articoli «amusing e crushing»[23] per il primo numero del 1905.

Un’altra tendenza, nel frattempo, si fa strada tra le proposte culturali della rivista: il misticismo e la disamina del problema religioso. Prezzolini, che durante il 1905 ha compiuto un percorso intimo che l’ha portato vicinissimo alla conversione – ma che, viceversa, si concluderà con un allontanamento definitivo dalla fede – si fa promotore di un’iniziativa editoriale, una Collezione di mistici, il cui primo numero è dedicato a Novalis.[24] Anche secondo Gian Falco il problema religioso è «un problema importante per tutti e […] non è così semplice come si crede»[25]. Papini scrive: «ho grandissimo amore per i mistici e credo che nelle loro opere e nelle loro vite ci siano da trarre conforti o insegnamenti per la ricerca e la conquista dell’anima nostra»,[26] rivelandosi ancora lontano dall’atteggiamento provocatorio che gli detterà, pochi anni più tardi, articoli dissacranti come “Gesù Peccatore”[27].

Il 1906 si apre con un bilancio cui tuttavia non segue un programma definito: «non possiamo dire con precisione quello che faremo e diremo». In “Cronaca Pragmatista”, Papini ammette i contrasti all’interno del gruppo pragmatista «tanto sui limiti del Pragmatismo come sulla funzione di esso» e mette se stesso fra coloro che «nel Pragmatismo vedono il lato eccitante, creativo e magico […] il trionfo dell’attitudine attiva e modificatrice sopra quella passiva e registratrice; il promettitore dell’Uomo Dio».[28] In un lungo articolo, lo scrittore fiorentino cerca di chiarire il significato della formula uomo-Dio, di tracciare l’itinerario per realizzarla e di annunciarne le possibili conquiste. Dalla lettura di questo fascicolo William James ricaverà alcune facili previsioni: «You will be accused of extravagance, and correctly accused; you will be called the Cyrano de Bergerac of Pragmatism, etc.; but the abstract program of it must be sketched extravagantly.‘Correctness’ is one of the standards of the older way of philosophizing»[29]. Il filosofo americano, inoltre, avvertirà Papini dei pericoli cui va incontro: «I myself suspect that you are hoping too much from telepathy, mediumship, etc.; but no matter, we can all gather from you the example of courage».[30] Sulla rivista gli articoli di carattere mistico-religioso si moltiplicano, e, insieme a passi di Blake, Meister Eckhart e Novalis, sono accolti articoli sulle filosofie indiane e su Soren Kierkegaard. Non tutte le energie dei collaboratori al Leonardo, però, si stemperano in atteggiamenti contemplativi, anzi, Papini lancia una campagna per un’Italia «meno sorda, meno cieca, meno vile»[31]; una nazione da costruirsi attraverso l’opera di alcune centinaia di giovani, disposti a fare qualcosa d’importante, cercare i problemi terribili, in breve osare essere pazzi, facendo morire ogni retorica.

Ormai, metà di ogni numero del Leonardo, è dedicato a chiarimenti, confutazioni e risposte alle obiezioni che gli articoli del numero precedente hanno sollevato; alla luce di tante controversie si comprende finalmente anche la dichiarazione di Papini sulla morte del Leonardo dovuta al troppo successo. Già nel numero successivo, infatti, lo scrittore si vede costretto a entrare nel merito delle polemiche provocate dal proprio intervento. Se – riguardo alle obiezioni – lo spirito battagliero di Gian Falco si dimostra ancora vivo, è tuttavia nell’esaminare i consensi degli entusiasti che egli inizia a dubitare del proprio appello e si chiede in che misura le proprie parole siano davvero in grado di incidere sulla realtà. In conclusione Papini non si può esimere dal dichiarare sostanzialmente fallita la propria campagna. Rimangono da affrontare quelle tendenze occultiste cui egli aveva incautamente aperto le pagine della rivista: deluso dall’aleatorietà di tanta parte di tali correnti, egli non può che rinnovare la propria fiducia nel vecchio adagio pragmatista: «Se le belle parole non si mutano in atti io rimetto nel dizionario le belle parole – se le proclamate differenze di fede non si manifestano in evidenti differenze di vita io mando al diavolo i vostri atti di fede» Queste parole assumono un significato ancora più ampio alla luce del numero successivo del Leonardo: l’ultimo.

Nell’agosto 1907, la vicenda del Leonardo si conclude infatti con un numero «armato d’un fascio di atroci saette e con la copertina color sangue».[32] Il titolo dell’articolo d’apertura è inequivocabile: “La fine”. Sono molte le ragioni addotte per questa morte improvvisa, sia una certa stanchezza derivante dal costante sforzo di rispondere alle aspettative del pubblico sia una perdita di fiducia nella capacità di incidere sulla realtà e di «svegliare e trasformare anime».[33] L’avventura iniziale si è ormai tradotta in routine, «si andava creando il tipo del Leonardo: in ogni numero bisognava trovare uno straniero da rivelare all’Italia; un programma nuovo da gettare davanti ai nostri simili e quella certa quantità di sdegno e di rabbia che dovevan contenere le schermaglie».[34]Nasce allora il bisogno di ripensare i problemi, riesaminare le opinioni, rivedere e verificare i giudizi su cose e persone, «ricominciare insomma, ancora una volta – affermano Papini e Prezzolini – la nostra vita intellettuale».[35] Ultimo invito è l’esortazione «a fare per [vostro] conto ciò che noi vogliamo fare, uno spietato esame di coscienza».[36]

L’epilogo del Leonardo, lungi dal sedare il fermento di iniziative che aveva animato i propri fondatori, avvia la preparazione a La Voce, il cui primo numero uscirà nel dicembre 1908. Di contro alla capricciosa periodicità del Leonardo, la nuova esperienza editoriale – almeno per la prima serie – avrà regolare scadenza settimanale. Papini e Prezzolini riusciranno così a intrattenere con i lettori un dialogo più continuativo di quanto non fossero riusciti a fare al Leonardo, non senza portarsi appresso quell’aura di eroismo guadagnatasi con la prima coraggiosa impresa, un tratto distintivo che li accompagnerà in tutte le battaglie future per la divulgazione delle culture e la circolazione delle idee.

 

 

 

 

 

 

 

Indicazioni bibliografiche

 

Tutte le citazioni dal Leonardo sono tratte dalla ristampa anastatica completa in tre volumi che la casa editrice Vallecchi ha pubblicato in occasione del centenario dell’uscita del primo numero: La nascita della modernità: Leonardo 1903-1907, Firenze, Vallecchi 2002, Introduzione di G. Luti. Si possono altresì utilmente consultare:

 

Ballerini C. (a c. di), Antologia del «Leonardo», Galatina, Edizioni dell’Albero 1957.

Casini P., Alle origini del Novecento. «Leonardo», 1903-1907, Bologna, il Mulino 2002.

Castelnuovo Frigessi D. (a c. di) La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste. «Leonardo», «Hermes», «Il Regno», Torino, Einaudi 1960.

Petrocchi F., Le avventure dell’anima. Il «Leonardo» e il modernismo, Napoli, Loffredo 1989.

Quaranta M. — Schram Pighi L. (a c. di), Leonardo. Rivista d’idee (Firenze, 1903-07), Ripr. facs. dell’originale, Sala Bolognese, Forni 1981, 2 voll.

Santucci A., Storia del pragmatismo, Bari, Laterza 1992.

Schram Pighi L., Bergson e il bergsonismo nella prima rivista di Papini e Prezzolini: «Il Leonardo», 1903-1907, Sala Bolognese, Forni 1982.

 

 

 

[1] E. Giammattei, Introduzione a Croce-Prezzolini, Carteggio I 1904-1910, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1990, p. XI.

[2] Gian Falco, “Agli amici ed ai nemici”, in Leonardo, 1906, IV, febbraio, p. 2.

[3] Giuliano il Sofista, “Alle Sorgenti dello Spirito”, in Leonardo, 1903, I, 19 aprile, p. 4.

[4] Ibidem.

[5] Giuliano il Sofista, “Vita trionfante”, in Leonardo, 1903, I, 4 gennaio, p. 4.

[6] G. Papini, Passato Remoto, Ponte alle Grazie, Firenze 1994 (1° ediz. 1948), p. 135.

[7] Lettera di Benedetto Croce a Papini del 13 agosto 1904, in Croce-Prezzolini, op.cit., p. 13n.

[8] Lettera di Emilio Cecchi a Papini del 31 marzo 1903 in M. Marchi e J. Soldateschi (a c. di) Giovanni Papini 1881-1981, catalogo della mostra: Palazzo Medici-Riccardi, 19 dicembre 1981 – 14 febbraio 1982, Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1981.

[9] Lettera di Giuseppe A. Borgese a Croce, marzo 1904, in Croce-Prezzolini, op.cit., p. 7n.

[10] G.A. Borgese, “Prefazione”, in Hermes (1904, I, pp.1-3), in D. Castelnuovo Frigessi (a c. di), La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste, Leonardo, Hermes, Il Regno, Tomo secondo, Einaudi, Torino 1979 (1° ediz. 1960), p. 370.

[11] Una «liquidazione generale» della filosofia sarà lo scopo del Crepuscolo dei filosofi, il libro che Papini inizia a scrivere nel 1904 e termina l’anno successivo: i vari capitoli sono dedicati a Kant, Hegel, Schopenauer, Comte, Spencer e Nietzsche, nello «sforzo [di] dimostrare tutta la vanità, la vacuità, l’inutilità e la ridicolaggine della filosofia» che non riesce «ad essere uno strumento di azione e di conquista», G. Papini, Il Crepuscolo dei Filosofi, Vallecchi, Firenze, 1976 (1° ediz. 1906), p. 4. Da parte sua Calderoni scrive: «Due dei massimi problemi della filosofia — quello della ‘realtà delle cose esteriori’ e quello del ‘libero arbitrio’ — che lo Schopenhauer chiamava i più profondi e gravi problemi della filosofia moderna — sono problemi che non esistono. Non esistono perchè, sotto la forma in cui i filosofi per lo più li considerano, sono semplicemente privi di senso. I filosofi li hanno semplicemente vuotati dell’unico senso che potevano avere, e quindi non c’è da maravigliarsi che nessuno di poi abbia potuto trovarne la soluzione», M. Calderoni, “Le varietà del pragmatismo” in Leonardo, 1904, II, novembre, p. 3.

[12] Gian Falco, “Morte e resurrezione della filosofia”, in Leonardo, 1903, I, 20 dicembre, p. 5.

[13] Ivi, pp. 6-7.

[14] Rispettivamente “Il David della filosofia inglese” in Leonardo, 1904, II, marzo, pp. 1-3 e “Un compagno di scavi (F.C.S. Schiller)” in Leonardo 1904, II, giugno, pp. 4-7.

[15] Giuliano il Sofista, recensione a W. James, Le varie forme della Coscienza Religiosa, Bocca, Torino 1904 in Leonardo, 1904, II, giugno, p. 29.

[16] G. Papini, Sul Pragmatismo, in Opere, Mondadori, Milano 1995 p. 5.

[17] Giuliano il Sofista, “Il mio prammatismo”, in Leonardo, 1905, III, aprile, p. 48.

[18] Gian Falco, “Cosa vogliamo?”, in Leonardo, 1904, II, novembre, pp. 9-18.

[19] E. Morselli, Filosofi giovani e idee vecchie. Lettera aperta a G. Papini (Gian Falco), Estratto dalla Rivista Ligure, F.lli Carlini, Genova 1904.

[20] The Florence Pragmatist Club, “Il Pragmatismo messo in ordine” in Leonardo, 1905, III, aprile, pp. 45-48.

[21] Giuliano il Sofista, recensione a G. Prezzolini, Vita intima, Firenze 1903 in Leonardo, 1903, I, 10 novembre, p. 13.

[22] Leonardo, 1904, II, marzo, p. 30.

[23] Così Prezzolini: «la guerra è dichiarata a coltello fra i vecchi Hegeliani capitanati dal Bradley, e i nuovi Prammatisti e umanisti guidati da W. James e da F.C.S. Schiller», Giuliano il Sofista, Guerra tra filosofi, in Leonardo, 1904, II, novembre, p. 35.

[24] Novalis, Frammenti (a c. di G. Prezzolini), Libreria Editrice Lombarda, Milano 1905.

[25] G. Papini, recensione a A. Fogazzaro, Il Santo, Baldini e Castoldi, Milano 1905 in Leonardo, 1905, III, ottobre-dicembre, pp. 207.

[26] Gian Falco, “In quante maniere non ha capito l’Italia”, in Leonardo, 1906, IV, ottobre-dicembre, p. 315.

[27] G. Papini, “Gesù peccatore”, in Lacerba, 1913, I, 1 giugno 1913, pp. 110-112.

[28] G. Papini, “Cronaca Pragmatista” in Leonardo, 1906, IV, febbraio, p. 60.

[29] Lettera di William James a Papini, 27 aprile 1906, in Aa.Vv., Giovanni Papini l’uomo impossibile, Sansoni, Firenze 1982, p. 11.

[30] Ibidem.

[31] Gian Falco, “Campagna per il forzato risveglio” in Leonardo, 1906, IV, agosto, p. 193.

[32] G. Papini, Un uomo finito, in Opere, cit., p. 229.

[33] G. Papini e G. Prezzolini, “La Fine”, in Leonardo, 1906, V, agosto, p. 261.

[34] Ivi, p. 262.

[35] Ivi, p. 263.

[36] Ibidem.

 

Nel corso 2003 sono stati emessi dalle Poste Italiane un francobollo commemorativo e una cartolina filatelica. Sono disponibili in vendita sul sito delle Poste Italiane.

Sloganizations in Language Education Discourse
Humboldt-Universität zu Berlin, Germany, May 8-10, 2014

David Block
ICREA/Universitat de Lleida (Spain)
dblock@dal.udl.cat

Language commodification is among the many terms in applied linguistics research that have become increasingly sloganized with little, if any, consideration of what they mean. Monica Heller (e.g. 2010) may be considered the originator of the term, and she has written about it with some care and intellectual integrity. However, originators of terminology seldom have control over how their terminology is taken up and used by others, and so language commodification is now used in a rather loose manner by sociolinguistics interested in the interrelationship between economic issues and language practices, who integrate it into their discussions of skilling discourses in education and society in general (see Urciuoli & LaDousa, 2013, for a recent survey and Block, 2014 and McGill, 2013, for critiques). There is, therefore, a need to stop and take stock, and this means engaging in a critical process of first examining how the term is used and then moving to consider what it might mean to the different researchers using it. To this end, I will take an historical view of commodification, going back to the classical political economy of Adam Smith (1976 [1776]) and above all Karl Marx’s work (e.g. 1904 [1859]; 1976 [1867]) a century later on commodity as a product of human labour and his use value/exchange value distinction. But beyond this, I will question whether or not language (and I could add here, whatever this term might mean) can ever have value as a ‘real’ product in the way that Marx had in mind. The overall aim here is to develop a more rigorous working understanding of language commodification, if, indeed, such a thing can reasonably be said to exist.
Literature
Block, D. (2014) Social Class in Applied Linguistics. London: Routledge.
Heller, M. (2010) ‘The Commodification of Language’, Annual Review of Anthropology, 39: 101-114.
McGill, K. (2013) Political Economy and Language: A Review of Some Recent Literature. Journal of Linguistic Anthropology, 23 (2): E84–E101.
Marx, K. (1904 [1859]) A Contribution to the Critique of Political Economy, Chicago: Charles H. Kerr.
Marx, K. (1976 [1867]) Capital: A Critique of Political Economy, Volume 1, New York: Vintage Books.
Smith, A. (1982 [1776]) The Wealth of Nations, Books 1-3, Harmondsworth, UK: Penguin.
Urciuoli, B. & LaDousa, C. (2013) ‘Language Management/Labor’, Annual Review of Anthropology, 42: 175-190.

http://www.angl.hu-berlin.de/news/conferences/Archive/2014/sloganizations-in-language-education-discourse/abstract_block_edit.pdf

GT 15 Sociología de las Organizaciones

Autor/a
Amado Alarcón Alarcón (Universitat Rovira i Virgili)
Coautor/es
Josep Ubalde Buenafuente (Universitat Rovira i Virgili)

Programa:

SESIÓN
Día: Pendiente de asignación
Hora: Pendiente de asignación
Lugar: Pendiente de asignación

La parte lingüística del trabajo (Boutet 2012:208) ha sido estudiada con diferentes propósitos, ya sea entender cómo ésta contribuye a la creación de valor (ver Grin et al. 2010), ya sea comprender cómo es alienada y objeto de explotación (Urcioli y LaDousa 2013). En los diversos trabajos se adoptan una definición y operativizaciones del concepto diferencias pero parciales. No se ha desarrollado una visión de conjunto que permita responder a la pregunta de qué constituye el trabajo lingüístico. En esta comunicación presentamos una revisión sistemática de la literatura con el fin de determinar las principales dimensiones e indicadores que definen la parte lingüística del trabajo. A partir de la búsqueda en diversas bases de datos bibliográficos hemos podido rescatar todas las aportaciones que directa o indirectamente permiten ahondar en la comprensión del fenómeno objeto de estudio. Mostramos el resultado al que llegamos a través de una conceptualización del trabajo lingüístico y el establecimiento de un conjunto de indicadores que nos permiten medir el componente lingüístico del trabajo. Consideramos que este trabajo es necesario para ahondar en cuestiones tales como las condiciones ocupacionales, la productividad y la competitividad a través del efecto del lenguaje.

Palabras clave: lenguaje, trabajo, indicadores, revisión sistemática

NOVEDADES XII CONGRESO + GT 15 SOCIOLOGÍA DE LAS ORGANIZACIONES

 

GT 16 Sociología de la Religión

Autor/a
Maria del Mar Griera (Universitat Autònoma de Barcelona)

Programa:

SESIÓN
Día: Pendiente de asignación
Hora: Pendiente de asignación
Lugar: Pendiente de asignación

El objetivo de esta ponencia es analizar la emergencia y el crecimiento de las ‘terapias holísticas’, especialmente el yoga, en el contexto de los centros penitenciarios en Catalunya. A partir de una aproximación etnográfica a la práctica del yoga en la cárcel la ponencia describe el surgimiento de nuevas geografías terapéutico-espirituales en el marco de la prisión, examina el rol y el sentido que adquieren estas terapias para los internos y analiza las condiciones que hacen posible su propagación en el entorno carcelario. La tesis principal de la ponencia es que el ‘éxito’ –entendido este como la no problematización, la legitimidad y la popularidad de las terapias holísticas en el marco de la institución penitenciaria- se explica por su capacidad para conjurar las tensiones surgidas de las múltiples y diversas funciones atribuidas a la prisión, entre las cuales, principalmente, la rehabilitación y la disciplina. De este modo, las terapias holísticas a la vez que son percibidas como un recurso simbólico a través del cual el interno puede (re)construir su yo, son también consideradas como un ‘mecanismo de pacificación’ que favorece el orden institucional. Crucial es, también, constatar el rol de los educadores como ‘portadores’, en el sentido weberiano del término, de las ideas y valores que subyacen las terapias alternativas. La ponencia se basa en el trabajo de campo realizado en dos centros penitenciarios de Catalunya durante tres años, y parte de una perspectiva teórica fundamentada en la socio fenomenología de Alfred Schütz.

Palabras clave: yoga, espiritualidad, centros penitenciarios

NOVEDADES XII CONGRESO + GT 16 SOCIOLOGÍA DE LA RELIGIÓN

 

GT 40 Enseñanza de la sociología

Autor/a
Andrés González Gómez (Universidad de Alicante)
El curso escolar 2015-2016 será el último en el que la Sociología tenga presencia en el currículum de los estudiantes que cursan en España enseñanzas medias. Hasta ahora –al menos en la Comunidad Valenciana, de donde yo procedo– la Sociología figuraba en dicho currículum, concretamente en el del Bachillerato, como una asignatura optativa de “libre configuración” a elegir, entre otras, por alumnos-as que cursan el 2º de bachillerato correspondiente a las modalidades de humanidades y ciencias sociales.

La realidad es que durante todos estos años la asignatura de Sociología ha venido siendo ofertada, al menos –como digo– en la Comunidad Valenciana, en aquellos centros de enseñanza secundaria en los que los profesores encargados de impartir la asignatura, los profesores de Filosofía, se encontraban en sus centros con la circunstancia de no disponer de suficientes horas lectivas de su “propia especialidad”, para cubrir sus correspondientes horarios de trabajo. Lo que quiero decir al constatar esta realidad, es que el papel que la Sociología ha venido desempeñando en el bachillerato, es el papel correspondiente a un lugar instrumentalizado por el gremio de profesores de Filosofía al servicio de sus propios intereses profesionales.

La actual Ley Orgánica de Educación, la LOMCE, comenzará a aplicarse el próximo curso 2016-2017 en 2º de bachillerato contando con la presencia de la Psicología en el currículum diseñado para los alumnos-as de este curso, pero sin contar, como digo, con la presencia en él de la Sociología. La cuestión es que esta sustitución de la Sociología por la Psicología (que antes de la LOMCE se cursaba en 1º de Bachillerato) en 2º de Bachillerato, resulta ser todo un fenómeno llamativo o sorprendente, cuando se tiene en cuenta que el principal promotor valedor de la misma fue, como todo el mundo sabe, el ex ministro Wert, sociólogo de profesión.

Siendo éste el estado actual de la cuestión, la presente comunicación plantea en torno a la misma la siguiente pregunta: ¿acaso la Sociología, como disciplina académica autónoma tanto respecto de la Filosofía como de la Psicología, no dispone ella misma de ninguna norma fundamental a partir de la que poder reivindicar para sí, el valor del papel que, en función de la fuerza de obligar dichanorma fundamental, le correspondería desempeñar en el conjunto de los saberes que ocupan un lugar integrante en la enseñanza media?

El propósito de esta comunicación está orientado a ofrecer una respuesta a esta pregunta.

Palabras clave: Lugar, Educación, Democracia, Ciencia, Religión, Mito, Fundamentalismo, Sociología, Filosofía, Historia de la Filosofía, Sociología de la Filosofía, Ideología, Crítica.

 

NOVEDADES XII CONGRESO + GT 40 ENSEÑANZA DE LA SOCIOLOGÍA

 

 

 

EL ABANDONO DEL GRADO EN SOCIOLOGÍA EN LA UNIVERSITAT DE VALÈNCIA

GT 40 Enseñanza de la sociología

Autor/a
Mª del Mar Caturla Bastit (Universidad de Valencia)

La falta de visibilización de la Sociología está reflejada en las elevadas tasas de abandono universitario que presenta esta titulación. Es por ello por lo que entre los meses de julio y septiembre de 2015 se llevó a cabo en la Universitat de València (UV) un estudio exploratorio acerca de las causas por las que el alumnado decide abandonar el Grado en Sociología (cuya tasa de abandono, para el curso 2012-2013 fue del 32.84%).

El estudio se llevó a cabo combinando técnicas cuantitativas y cualitativas. Por un lado, de un total de 44 personas registradas por abandono, se pudo encuestar por vía telefónica a 17 de ellas. Por otro, 6 fueron entrevistadas en profundidad, dos mediante vía telefónica y cuatro en las instalaciones de Social·Lab (laboratorio de Ciencias Sociales de la UV). Los datos recogidos mediante la encuesta fueron registrados y analizados empleando el paquete estadístico SPSS. Las entrevistas fueron transcritas haciendo uso de pedales de transcripción exprés y los datos fueron sometidos a análisis del discurso.

Como resultado de todo ello, se llegó a una serie de conclusiones entre las que cabe destacar, en primer lugar, la relación entre el abandono del Grado en Sociología y la no elección de éste como preferente a la hora de acceder a la Universidad. Es frecuente, además, matricularse sin tener buena información acerca de éste, siendo su gran variedad de asignaturas el atractivo por el que deciden elegirlo como opción. Es la no visibilización de las salidas profesionales, así como una orientación demasiado teórica y abstracta, lo que les desmotiva a continuar estos estudios. Se echa en falta una orientación más temprana y completa, ofrecida por profesionales y/o estudiantes de Sociología que sepan mostrar las ventajas y posibilidades que ofrece esta titulación.

La siguiente causa de abandono más frecuente es la imposibilidad de compaginar el trabajo con los estudios. También se encuentran casos en los que por circunstancias personales y económicas no se pueden permitir el continuar estudiando. Estos dos últimos grupos suelen estar formados por personas con una edad más avanzada que, a pesar de no haber recibido orientación previa sobre Sociología, tienen mucho más claro todo lo referente a la disciplina. En todo caso, es compartida la opinión acerca de la falta de visibilización de la Sociología y de sus salidas laborales.

Palabras clave: abandono universitario, causas del abandono, sociología

NOVEDADES XII CONGRESO + GT 40 ENSEÑANZA DE LA SOCIOLOGÍA

 

XII CONGRESO ESPAÑOL DE SOCIOLOGÍA

GT 40 ENSEÑANZA DE LA SOCIOLOGÍA



Coordina/n
Màrius Domínguez i Amorós (Universitat de Barcelona)
Equipo:

Call for Papers:

http://www.fes-sociologia.com/call-for-papers-gt-40-ensenanza-de-la-sociologia/news/2162/

Call for papers: Sesión temática sobre la presencia y el papel de la sociología en las enseñanzas medias.

Relación de resúmenes aceptados